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lunedì 22 marzo 2010

LA PUBALGIA


Con il termine pubalgia si intende una sindrome dolorosa caratterizzata da dolore in sede inguinale e/o pubica e/o sulla faccia interna delle coscie. La sua eziologia è vastissima tanto che secondo Jarvinen è possibile identificare ben 72 cause di pubalgia. Attualmente la si classifica in tre categorie diverse che sono:

  • TENDINOPATIA INSERZIONALE = causata da microtraumi ripetuti a carico dei muscoli adduttori della coscia e dei muscoli addominali. Il punto critico di queste inserzioni muscolari è la sinfisi pubica che rappresenta la zona in cui le forze ascendenti e discendenti dei muscoli coinvolti si scaricano.
  • SINDROME SIFISIARIA = causata da microtraumi indotti dai muscoli adduttori che agendo in allungamento e in modo non bilanciato fra i due arti creano una sorta di cediemento a livello della sinfisi. Questa situazione porta ad uno squilibrio della stabilità e dell’equilibrio del bacino. È questa una situazione che si viene a creare soprattutto nell’età dello sviluppo durante la quale la sinfisi è già di per se più debole
  • SINDROME DELLA GUAINA DEL RETTO ADDOMINALE O DEL NERVO PERFORANTE DEL RETTO ADDOMINALE DEL CALCIATORE = causata dal gesto del calciare durante il quale si ha una forte tensione a livello della muscolatura addominale. Questa tensione a volte crea una fissurazione della fascia sueperficiale con conseguente stiramento e compressione a carico del nervo perforante che da vita poi alla sindrome algica.

Inizialmente il dolore è situato nella zona pubica, successivamente si irradia nella faccia antero-mediale della coscia e a volte anche in sede retropubica associato a tenesmo vescicale (sensazione di incompleto svuotamento vescicale tanto da dover andare quasi continuamente ad urinare anche se la vescica è completamente vuota)

Si può presentare con una sintomatologia iniziale con dolore soprattutto al risveglio e ad inizia attività fisica. Ambedue queste sintomatologie scompaiono con il movimento dimostrando la presenza di una leggera infiammazione. Nei casi più gravi il dolore è continuo e gravativo e si acutizza nei movimenti bruschi All’esame clinico la muscolatura adduttoria risulta essere contratta e la pressione a livello del pube è più o meno dolorosa.

In acuto il soggetto deve assolutamente rimanere a riposo e sottoporsi a terapia medica a cui segue quella fisioterapica. Nella situazione cronica oltre alle terapie mediche si ricorre anche al recupero funzionale mediante attività fisica mirata a:

  • Allungamento della muscolatura adduttoria sia tradizionale che in P.N.F.
  • Allungamento catena posteriore tramite squadra Mezieres o Stretching Globale Attivo di Souchard
  • Esercizi propriocettivi mono e bipodalici, su varie superfici, in vari decubiti, a occhi aperti e chiusi, salendo con un salto ecc..
  • Potenziamento dei muscoli retroversori del bacino, mettendo particolare attenzione agli addominali
  • Trofismo e forza muscolare tramite isometria e elastici
  • Coordinazione intermuscolare e riprogrammazione dello schema motorio tramite oscillazioni e slanci degli arti inferiori, diversi tipi di corsa (rettilinea, curva, in acceleraz. e deceleraz., con cambi di direzione, con vari tipi di arresto), tramite diverse andature (skip, corsa calciata, passo laterale). Al bisogno inserire anche gesti specifici attinenti all’eventuale sport praticato. Fra le cause scatenanti la pubalgia

Un accenno particolare perché non sempre indagato è il rapporto fra i denti la malocclusione e la postura. La presenza di eventuali precontatti crea tensioni muscolari che attraverso l’articolazione temporo-mandibolare vengono trasmessi al sistema muscolo articolare al collo e del tratto cervicale con successive ripercussioni su tutto il sistmema posturale.

Come istruttori di fitness è giusto saper che anche le donne in gravidanza possono a volte soffrire di pubalgia a causa della lassità della sinfisi pubica dovuta alla marcata quantità dell’ormone relaxina che rende le articolazoni più lasse.

Si può in conclusione dire che la pubalgia è un'entità patologica ben nota, essa richiede una diagnosi precoce che permetterà di dare un trattamento adeguato ed efficace. Al di là di tutte quelle che possono essere le terapie mediche o chinesiologiche in questo tipo di patologia ad eziologia vastissima è necessario riuscire a capire qual è la causa o le cause scatenanti e cercare di eliminarle.

Come in tutte le patologie sarebbe utile cercare di prevenirle invece che di curalre. I diversi programmi di prevenzione, applicati con rigore, devono permettere negli anni a venire di evitare questa patologia da surmenage.

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venerdì 19 marzo 2010

LA SINDROME DEL PIRIFORME



La sciatalgia che si manifesta come un dolore che parte dal basso della schiena e raggiunge la gamba o, in alcuni casi, perfino il piede, è dovuta all'irritazione e/o alla compressione della radice del nervo sciatico.

Questa problematica può essere provocata da un'ernia discale, da altre problematiche che interessano le strutture che hanno rapporti con il nervo sciatico e talora dal muscolo piriforme che se troppo rigido o voluminoso può comprimere il nervo sciatico, scatenando dolori e parestesie alla regione glutea e alla porzione posteriore dell'arto inferiore.

Fu Yoeman nel 1928 a descrivere per primo la così detta “sindrome del piriforme”. Sebbene nei soggetti che presentano dolore sciatalgico si pensa, la causa sia sempre di origine lombare, in uno studio compiuto su 240 pazienti con manifestazioni e sintomi di radicolite lombosacrale, la SP era stata diagnosticata nel 43% dei soggetti. Questa sindrome, che colpisce prevalentemente il sesso femminile (rapporto 6:1 con gli uomini).

È il muscolo extrarotatore più importante dell’anca. Si attacca anteriormente al sacro, a livello del 2°, 3°, 4° forame sacrale, prende inserzione sul legamento sacro-ischiatico e si dirige in fuori, in basso e in avanti per andarsi ad inserire sul Grande Trocantere. Posto nella Grande Incisura Ischiatica ed ha dei rapporti contigui con:

· il nervo ischiatico.

· sopra al piramidale c’è l’arteria e il nervo gluteo superiore, mentre sotto si trova l’arteria e il nervo gluteo inferiore. Questi sono i nervi che vanno ad innervare i glutei.

· un'altra struttura molto importante in rapporto con il piramidale è il nervo pudendo e l’arteria pudenda, che passano sotto e medialmente al piramidale.


È innervato dai rami anteriori del 1° e 2° nervo sacrale. Il piramidale in posizione neutra (cioè a gamba estesa) è un extrarotatore, abduttore e flessore dell’anca. A 60° di flessione d’anca il piramidale è solo abduttore. Superati i 90° di flessione d’anca diventa un estensore, rotatore interno e abduttore. Questa biomeccanica è importante ricordarla durante l’esecuzione degli esercizi, perché cambiando i gradi di flessione dell’anca cambiano i parametri di reclutamento del piramidale.

Le cause scatenanti della sindrome del piriforme sono varie. Fra le principali si hanno cause infiammatorie a livello delle pelvi con formazioni di bande fibrotiche a livello del muscolo che diventa resistente allo stiramento.

Si possono avere anche traumi diretti ed acuti al piriforme oppure microtraumi che in cronico portano alla formazione di microscopiche aderenze cicatriziali che rendono il muscolo teso, posizionandosi cosi in modo da impegnare in modo non fisiologico lo spazio del grande forame ischiatico, con conseguente compressione, quando viene messo in stretching del nervo sciatico contro l'arcata ossea del foro.

La SP può essere causata anche dalla compressione del nervo sciatico nel caso in cui attraversi attraverso il ventre muscolare del Piriforme, sia da proiezione dei punti trigger del muscolo stesso.

Il dolore di proiezione di un trigger point del muscolo Piriforme può essere irradiato alla regione sacroiliaca, alla regione della natica, sulla parete posteriore dell'anca e sui due terzi prossimali della parete posteriore della coscia.

La sintomatologia della SP si esacerba con dolore o, e parestesie al tratto lombare, alla regione glutea, alla porzione posteriore della coscia e della gamba, alla pianta del piede. È possibile riscontrare ache dei deficit motori e dellearee di ipoestesia all'arto inferiore. Si può riscontrare un rigonfiamento che va dal sacro al grande trocantere,

Tra i possibili test clinici il test di Freiberg è il più utilizzato. Questo test nel posizionare il soggetto prono, di seguito si flette passivamente il ginocchio a 90° e si porta la gamba all'esterno per imprimere al femore una rotazione interna. Questo movimento induce uno stiramento del muscolo piriforme (che è un extrarotatore) scatenando dolore, in caso di positività del test. Se palpata la regione glutea del lato in disfunzione si può trovare la presenza di gonfiore, data da tensione del ventre muscolare e l'attività dei TP nel piriforme.

Fra i vari trattamenti che si possono cercare di eseguire per migliorare la situazione algica, spiccano la disattivazione dei trigger point e lo stretching del muscolo piriforme.

Il lavoro sui trigger point descritta da Travell nel 1952 consiste in una pressione esercitata sul TP muscolare, sufficientemente sostenuta e prolungata da inattivarlo. La pressione va esercitata in posizione di allungamento del muscolo. Si deve creare una pressione dolorosa ma tollerabile. Al diminuire del dolore bisogna aumentare la pressione. I TP si possono lavorare anche tramite l’uso di palline di gomma dura.

Lo stretching da effettuarsi nel trattamento della SP consiste nell’esecuzione di stretching statico del piriforme, ripetute ogni due ore per una settimana.

Passato il momento in acuto si possono effettuare anche movimenti in stretching P.N.F.

mercoledì 10 marzo 2010

DRENAGGIO LINFATICO DEL NEVRASSE NELLA "SINDROME DA FATICA CRONICA" UN MODELLO IPOTETICO PER L'IMPULSO RITMICO CRANICA





Raymond N.Perrin, D.O. ( England ), PhD

J.Am.Osteopath.Assoc. 2007;107:218-224

http://www.jaoa.org/cgi/content/full/107/6/218


L’Impulso Ritmico Cranico ( CRI ) è una fluttuazione ritmica palpabile che si suppone essere

sincrona con il Meccanismo Respiratorio Primario (MRP). Il reale meccanismo fisiologico del CRI non è completamente chiaro. Basandosi su opinioni tradizionali ed attuali, su studi su animali e su segni clinici in pazienti affetti da Sindrome da Fatica Cronica (CFS), l’autore suggerisce che il CRI sia il prodotto di una combinazione tra il drenaggio del liquor del nevrasse ( cervello e midollo spinale ) e la pulsazione centrale del liquor indotta dal sistema nervoso simpatico. Inoltre l’evidenza dimostra come un processo neurolinfatico alterato visibile e palpabile, possa condurre ad una CFS.


Questo processo può anche spiegare il meccanismo fisiopatologico alla base di altre patologie. Infine l’autore propone un protocollo di trattamento manuale in pazienti affetti da CFS.


Impulso ritmico cranico


Sono stati fatti vari tentativi per spiegare il CRI (1,2). Nelson (2) suggeriva che i movimenti

intrinseci delle ossa craniche , delle fasce e degli organi potessero essere causati da una pulsazione vasomotoria locale , il cui riflesso può essere palpato sulla superficie cutanea. Però l’assenza di tessuto contrattile nelle vene e nei seni cerebrali rendono questa tesi difficile da accettare. Le vene cerebrali non hanno tessuto muscolare nelle loro pareti e non hanno valvole. Qualunque pulsazione venosa del capo è solo il residuo di più importanti pulsazioni vasometriche della cava inferiore e della vena iliaca.


Contrariamente al tradizionale concetto che la linfa non abbia una pompa propria, oggi sappiamo che i principali vasi linfatici sono sotto il controllo del sistema nervoso simpatico ( 3,4).


Il sistema di drenaggio fluidico


Sebbene il SNC non contenga un vero sistema linfatico, vi sono prove documentate sulla presenza di un importante sistema di drenaggio fluidico per molti aspetti analogo a quello del linfatico.

Attraverso questo sistema il liquor drena nei linfatici facciali e spinali . Sutherland enfatizzò

l’importanza dei plessi corioidei negli scambi chimici tra liquor e sangue , ma egli sottolineò anche il ruolo del linfatico nel drenaggio delle tossine del nevrasse. Egli scriveva : Quando voi spillate i liquidi del cervello con la compressione del quarto ventricolo, guardate cosa succede nel sistema linfatico.


Il fondatore della medicina osteopatica, A.T. Still, MD,DO ( 5), parlò dell’importanza di esaminare le alterazioni del movimento fluidico del cranio per determinare la patogenesi di alcuni disturbi come le vertigini, la cefalea e la perdita di memoria , tutti sintomi questi, presenti nella CFS.



Il Il dott. Still sottolineava che avere un buon drenaggio era ugualmente importante che avere un buon apporto (5).

Il sistema di drenaggio del liquor nell’uomo si pensa sia simile a quello degli altri mammiferi

studiati , sebbene la componente linfatica del liquor sia proporzionalmente molto minore nell’uomo ( 6,7,8 ). Come negli altri mammiferi , il drenaggio del liquor nell’uomo avviene tramite vie che partono dagli spazi subaracnoidei craniali e spinali attraverso i villi aracnoidei. Il percorso si continua poi nei seni durali , lungo i nervi cranici ( la maggior parte con le vie olfattive attraverso i fori cribrosi ) e lungo i nervi spinali sino ai linfatici ( 6,7,8 )


Il liquido cerebrospinale drena dal cervello umano attraverso tre vie principali : attraverso i villi aracnoidei sinusali, giù nei linfatici paravertebrali lungo la colonna, e lungo i nervi cranici (I olfattivo, II ottico, V trigemino, VII vestibolococleare ) . Il fluido cerebrospinale allora defluisce neilinfatici facciali, cervicali e toracici. Da : Physiology and immunology of lymphatic drainage of interstitial and cerebrospinal fluid from the brain. Neuropathol.Appl.Neurobiol. 1995;21:175-180


Il movimento bidirezionale del liquor non è stato ancora capito. Comunque il movimento in

definitiva dipende dalle pressioni relative presenti negli spazi sub-aracnoidei delle differenti parti del nevrasse e del parenchima del SNC ( 9 ).


Patogenesi della Sindrome da Fatica Cronica


Basandomi sulla identificazione della disfunzione meccanica craniale e vertebrale in pazienti affetti da CFS ( che può essere il risultato di pregressi traumi o disturbi posturali , fig. 2 ), ipotizzo che possa esistere una compromissione meccanica che interessa il percorso del drenaggio liquorale come segno patogenetico comune nei pazienti affetti da questa patologia. Si possono registrare palpatoriamente ingorghi linfatici cervicali e toracici nella maggior parte dei pazienti affetti da CFS, con evidenza anche di varici superficiali.


Disturbo posturale meccanico della colonna toracica di un paziente affetto da CFS. Il disturbo-piccola scoliosi nella zona di lordosi - rappresenta la presentazione posturale più comune in pazienti con CFS.


Linfatici e meccanica dei fluidi


Nel 1880 il Dr Still (5) affermava “ I linfatici sono assolutamente ed universalmente connessi con il midollo spinale e con tutti gli altri nervi , e tutti devono acqua dal cervello”. Dalle origini della medicina osteopatica , si considera di fondamentale importanza per la salute , un adeguato drenaggio linfatico del dotto toracico. Scrisse il Dr.Still: A questo punto porterò la vostra attenzione su ciò che io considero essere la causa di una serie di malattie fino ad ora non spiegate, che sono solo effetti del fatto che la normale funzione del sangue e degli altri fluidi è stata impedita da restrizioni alle diverse aperture del diaframma. Quindi l’impedimento di una libera azione del dotto toracico produrrà congestione nella cisterna del chilo, di conseguenza questa non sarà più in grado di scaricare il suo contenuto con la stessa velocità con cui lo riceve.


La pompa del dotto toracico effettua come una suzione sui linfatici di tutto il corpo ed influenza il drenaggio delle tossine dal SNC( 7, 10 ). Insieme alla frequenza del polso nell’adulto ( 50-100bpm ) e soprattutto all’influenza della ventilazione ( 10-18 respiri/min ), si produce un altro ritmo , più basso, che è il CRI.


Il liquor all’interno del cranio si muove con lo stesso ritmo del battito cardiaco. Il suo flusso ,

all’interno del sistema ventricolare , è di 600 ml/min. Lo scorrimento del sangue nel tronco

carotideo cervicale , subito dopo avere lasciato il cuore, è di 2000 ml/min circa ( perfusione

selettiva ), mentre il normale scorrimento di sangue nel cervello è di circa 65 ml/min ( perfusione selettiva cerebrale ). Lo scorrimento della linfa nel dotto toracico è tra 1 mL e 2 mL per minuto tra i pasti ma la sua frequenza aumenta di più di 10 volte durante l’ingestione o l’assorbimento di un pasto (11).


Utilizzando parametri conosciuti e modelli computerizzati sulle influenze biomeccaniche che

riguardano il drenaggio linfatico cerebrale, è in corso uno studio alla Metropolitan University di Manchester in Inghilterra per calcolare i valori di riferimento di questo drenaggio ritmico. Lo studio indagherà anche sulla comparazione tra questo ritmo ed i diversi valori ipotizzati per il CRI (12).


Segni clinici


Per spiegare il CRI ci si è focalizzati su altre pulsazioni ritmiche , come l’oscillazione di Traube-Hering-Mayer, che è associata al feedback della pressione sanguigna (11). Si è anche dimostrato che la manipolazione craniale ha un effetto sulla frequenza di Traube-Hering-Mayer influenzando la velocità di scorrimento del sangue. Comunque lo studio clinico eseguito su centinaia di pazienti affetti da CFS utilizzando tecniche palpatorie simili a quelle descritte da Sutherland ( 13 ) ha rivelato un CRI aritmico, ridotto e , a volte, inesistente. Il CRI in questi pazienti è stato palpato posizionando la superficie palmare delle mani sulle ossa parietali per identificare schemi di sidebending o di rotazione. Questa palpazione è stata utilizzata anche per determinare la propriocezione della regione occipito-atlantoidea e per individuare scivolamenti antero-posteriori. I segni clinici , in questi pazienti, indicavano una pompa linfatica invertita che ha portato alla registrazione palpatoria di linfatici varicosi e ingorgati ( fig. 4).


Protocollo di trattamento manuale


Il programma di trattamento che ho sviluppato per i pazienti affetti da CFS si basa sulla

facilitazione del drenaggio neurolinfatico e quindi nella riduzione della tossicità all’interno del SNC e nel recupero della salute. Il protocollo di trattamento manuale consiste in sei fasi:


1. Tecniche di EFFLEURAGE ( movimento dolce della cute e tessuti sottocutanei per muovere la linfa dai piccoli vasi verso il cuore : il trattamento deve essere eseguito in senso disto-prossimale) dirette alla regione sottoclaveare per facilitare il drenaggio dei linfatici cervicali e toracici , determinare un aumento del drenaggio centrale della linfa nelle vene succlavie e favorire il flusso di ritorno

2. Tecniche a lungo e corto braccio di leva per effettuare una mobilizzazione dolce delle

vertebre toraciche e lombari alte e delle coste

3. Trattamento dei tessuti molli a livello dell’elevatore della scapola, muscoli paravertebrali,

muscoli respiratori, romboidi, trapezi

4. Manipolazione ad alta e bassa velocità dei segmenti toracici e lombari alti utilizzando leve

da supino e sul fianco e tecniche di thrust

5. Tecniche manipolative funzionali per la regione suboccipitale ed il sacro

6. Stimolazione del CRI tramite CV4



In aggiunta alle tecniche descritte, va raccomandato al paziente un auto-trattamento tramite esercizi prescritti allo scopo di migliorare la mobilità della colonna vertebrale toracica.


Conclusioni


Oltre alla importanza delle tecniche manuali raccomandate per i pazienti affetti da CFS ( 14 , il drenaggio linfatico del nevrasse è anche la base del trattamento di altre patologie in ambito

osteopatico (15). Altre tecniche manuali ( ad es. la pompa toracica ed addominale ) e la tecnica di linfodrenaggio di Vodder , hanno lo scopo di accelerare un circolo linfatico lento. Sebbene la presenza di valvole prevenga un circolo retrogrado della linfa (16), sembra che questa protezione biomeccanica non sia presente nei pazienti affetti da CFS. In questi pazienti , i segni clinici dimostrano che il reflusso linfatico può far sì che la disfunzione di queste valvole portino a varici palpabili dei vasi linfatici che sono occasionalmente visibili sulla superficie cutanea. Inoltre, ogni trattamento che stimoli il flusso linfatico presenta il rischio di indurre un flusso linfatico retrogrado.

Ecco perché la modalità di trattamento indicato propone una stimolazione diretta del drenaggio linfatico utilizzando effleurage mirato verso le vene succlavie e contro il reflusso.

Il miglioramento dei principali sintomi della CFS coincide con il miglioramento del drenaggio linfatico centrale ed un più forte e ritmico CRI. Questi segni supportano l’ipotesi che il flusso neurolinfatico descritto in questo articolo è identico al CRI. Se questa ipotesi verrà confermata in studi successivi, le ramificazioni per il futuro della medicina osteopatica possono diventare immense e determinare una probabile base scientifica per l’utilizzo del trattamento manuale non solo in pazienti con CFS ma anche in varie altre tipologie di disordini.


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TRATTO DA

http://www.osteopatianews.net/download/5.pdf

lunedì 8 marzo 2010

OSTEOPATIA E SPORT: UN “INCONTRO” NEL TESSUTO



Questo articolo ricco di nozioni preziose è del Dr. Casella Franco

Da quando il dr. Still, padre dell’Osteopatia moderna, sottolineò più di un secolo fa il ruolo preminente dell’arteria molto tempo è passato ma l’attualità dei suoi concetti è più che mai presente. Soprattutto da quando il termine Osteopatia stà diventando sempre più di uso comune, capirne il significato e i principi è indispensabile. Avvicinarsi ed usufruire di una metodica senza conoscerne di che cosa si tratta come

agisce, attraverso cosa e con quali mezzi secondo me non è molto corretto e logico, piuttosto sa più di disperazione e disorientamento. Ecco perché è importante sottolineare la relazione esistente tra il sistema vascolare e le diverse tipologie di tessuto che sono presenti e avvolgono come uno “straccio”il corpo umano.


Per chiarire questo esempio meglio sarebbe paragonarlo alle divertenti giornate di carnevale quando da piccoli ci si travestiva imitando vari personaggi, quello che fa al caso nostro è il fantasma, tipicamente idealizzato con un lenzuolo bianco in testa!


Nel corpo ne riconosciamo più di uno, così ha voluto la natura, disposti in ogni angolo ed a vari livelli all’interno dell’organismo umano, vi troviamo aggrappato praticamente tutto.

Derivati dal medesimo foglietto embrionale chiamato mesenchima, sia l’osso che il sistema fasciale come il muscolo o il sangue tutti ne fanno parte.


Da quando siamo cartilagine all’interno dell’utero materno per arrivare ad anziani con probabili strutture rigide per la presenza di articolazioni bloccate dall’artrosi, la storia di questo passaggio di stato può essere assai varia e complessa.


Quello che si può dire a tale proposito è che questo dovrebbe essere un esempio da non imitare, un traguardo da non avere come obiettivo piuttosto da rifuggere e tenere lontano. L’ideale, per seguire ilpensiero del dr. Still e quindi uno dei fondamenti su cui si basa l’Osteopatia, è quello in cui la sinergia tra i singoli elementi di cui accennavo più sopra, devono mantenersi perfettamente integri nelle loro funzioni appunto di nutrizione, scorrevolezza, plasticità, forza e mobilità. A seguire con la stessa importanza è impossibile non tenere conto anche di un altro concetto ugualmente primario per tale metodica manuale ossia quello della fascia.


Con tale termine si vuole identificare un insieme membranoso molto esteso, in cui tutto è legato, tutto è in continuità, come un’unità funzionale. Il suo principale corollario, base di tutte le tecniche manuali è: la minima tensione, che sia attiva o passiva, si ripercuote su tutto l’insieme. Nascere, mantenersi e morire conservando la massima elasticità possibile: forse è questo il fine ultimo?


Dalla fase uterina a quella adulta il passaggio ad una nuova qualità microscopica delle cellule presenti nel tessuto cartilagineo cambia e si arriva a quello connettivale.

Il connettivo è un tessuto di collegamento con funzione meccanica, nutritizia e di protezione. Il tessuto connettivo rappresenta il 70% circa dei tessuti umani.


Una attività agonistica o allenamenti ad intensità elevata, un qualsiasi trauma , l’invecchiamento stesso, portano, se non correttamente gestiti, ad una perdita di elasticità. Le strutture meno elastiche e quindi con uno scarso coefficiente di elasticità si deformeranno per prime e in modo più evidente. E’ il caso del connettivo collagene.


Esistono quattro tipologie di collagene, alla fine tutte possono essere sintetizzate da cellule diverse o da diversi tipi della stessa cellula: i fibroblasti.


Essi si trovano nel tessuto adulto e sono i costituenti cellulari più numerosi del tessuto connettivo, il quale grazie alla sua fisiologia andrà a secernere proprio tale proteina detta appunto, collagene che a causa della sua inelasticità, è in grado di conferire agli organi in cui si trova una combinazione unica di flessibilità e resistenza: attenzione però a non esagerare…!


I fibroblasti svolgendo un ruolo importante nell’infiammazione e la cicatrizzazione, sono tra i costituenti cellulari più importanti da tenere sotto controllo e a cui fare riferimento in caso di danno tissutale: distorsioni articolari, stiramenti muscolari, distrazioni tendinee, lesioni legamentose e così via.


In effetti sono le cellule fibroblastiche che modificando il loro comportamento in funzione dei fattori meccanici che vi agiscono come la pressione o la tensione. Essi provocano sul tessuto fasciale le seguenti modificazioni :


· una moltiplicazione dei fibroblasti (cicatrizzazione/aderenze) ;

· un orientamento di questi che seguono le linee create dalla tensione o dalla pressione (stretching preventivo) ;

· una secrezione accresciuta del fibroblasta delle macromolecole al fine di rinforzare la fascia rispetto all’aumento delle costrizioni (addensamento-rigidità).


L’addensamento del tessuto connettivo e quindi la sua patologia, è dovuto alla quantità di secrezione di collageno, la quale a sua volta dipende dalla forma della tensione che vi agisce: se la tensione a cui è sottoposto il tessuto è continua e prolungata, le molecole di collageno si dispongono in serie. Le fibre collagene e i fasci connettivi si allungano (fenomeno dell’accrescimento tipico delle posture corrette che rispettano gli assi fisiologici e utilizzano ad esempio la forza isometrica/eccentrica). Se la tensione al contrario è breve e ripetuta, le molecole di collageno si dispongono in parallelo. Le fibre collagene e i fasci connettivi si moltiplicano (fenomeno dell’addensamento, più compatto e resistente ma meno

elastico: ipertrofia, fibrotizzazione, sclerotizzazione del tessuto muscolo/fasciale, caratteristica della forza isotonica).


Prestare attenzione quindi a qualsiasi disagio o dolenzia legata alla nostra struttura muscolo-sceletrica o per sbagliare il meno possibile in un recupero da un infortunio che interessi particolarmente tali elementi anatomici ora probabilmente assume un sapore leggermente diverso perché è proprio in questo momento che subentrando la fase di maturazione, bisogna favorirla e aiutarla, in quanto essa avviene secondo un

allineamento del collagene lungo le linee di forza.


Il fibroblasta è incapace di differenziare “il bene dal male”, se è alterato secerne una sostanza chiamata sostanza fondamentale strutturata ma non fisiologica. Ossia una soluzione mista a sostanze colloido-protei che, fibre connettivali ricche di fibroblasti precursori da un lato di queste mentre dall’altro produttori di tale sostanza e il plasma sanguigno detto anche liquido interstiziale o linfa interstiziale protagonista primario del circolo lacunare. Quest’ultima viene chiamata così perché è al suo interno che tutti i capillari linfatici attingono gli elementi che diventano linfa. Ricchissima di attività metabolica, è un liquido “ vitale”.


Esso si espande nei tessuti e si insinua negli spazi lacunari per versamento. Qui, esaurita la circolazione canalizzata, il liquido si propaga a macchia d’olio grazie alla motilità dei tessuti che scivolano gli uni sugli altri. In questo liquido le cellule attingono direttamente quello che loro serve oppure, si nutrono per osmosi. Questa osmosi cellulare è una delle funzioni principali della linfa interstiziale. In prossimità di ogni tessuto epiteliale, si trova un tessuto connettivo di nutrizione. Tutte le scorie di questa sono immesse nel liquido lacunare, dove i macrofagi li fagocitano, ed eliminati attraverso i capillari linfatici. Il nostro liquido diventa linfa, poi il sangue venoso lo conduce al sistema cardio-polmonare, dove si rigenera primadi iniziare un nuovo ciclo.

I cambiamenti di viscosità della sostanza fondamentale permettono una fissazione d’acqua negli spazi tissulari, prevengono il disseminarsi di infezioni ed influenzano l’attività metabolica della cellula. In effetti essendo composta da questi elementi cellulari può esserne anche influenzata negativamente portando in questo caso all’origine di malattie croniche o per ciò che si è detto prima, legato alla funzione,

un perdita di elasticità per produzione anomala di collageno. Gli spazi lacunari si ridurrebbero enormemente causando ostacolo alla motilità e perturbazione dei fenomeni vitali…! Dobbiamo aggiungere comunque che le cause di irritazione del tessuto connettivo sono multiple e legate a fattori molto diversi tra loro ne descriverò sommariamente alcuni!


Traumi legati alla struttura muscolo-schelettrica di qualsiasi genere che causino anche se in maniera ridotta un edema e quindi un infiammazione, esistono però anche situazioni che pur mantenendo presenti questi due stadi fisiologici risultano essere non evidenti piuttosto misconosciuti. Pensando a tutta la biochimica legata allo stress e quindi alla sindrome di adattamento generale scoperta, studiata, e sperimentata dal premio nobel Selye queste reazioni impercettibili sono spesso presenti. Quindi tutto ciò che riguarda il sistema nervoso vegetativo diventa elemento di disturbo fasciale tanto importante quanto è meno visibile e legato all’inconscio: la psiche con le sue emozioni (PNEI).


Di conseguenza tutti gli aspetti ormonali e immunitari che gli fanno seguito ma che alla fine si traducono sempre con la stessa reazione infiammatoria accompagnata da edema, l’unica differenza è quella se quest’ultimo è localizzato a livello itra o extracellulare.


Come si può notare nulla di questi sistemi, di queste reazioni lavora a compartimenti stagni, tutto si integra ed allo stesso tempo sinergico con l’altro, tutto è uno…

Abbiamo visto come i sistemi vascolare e linfatico sono indissolubili dal sistema delle fasce ma ci siamo anche resi conto da quanto ho scritto più sopra che se la fascia è una parte del motore della circolazione, può essere anche un elemento di disturbo!


A questo punto, concludendo, cosa possiamo fare perché ciò non avvenga? E’ possibile prevenire questa serie di situazioni? Si possono ricondurre a uno stato di equilibrio queste perturbazioni del tessuto?


Ogni operatore della salute chi un campo chi nell’altro è portatore di una sua strategia in tal senso, la distinzione avviene solamente tra la visione legata al danno organico e quella funzionale.


Personalmente essendo un osteopata il mio campo d’azione è quello esclusivo della funzione, a questo proposito esiste tutta una specializzazione all’interno di questa metodica che prende il nome di osteopatia fasciale la quale ha il compito di normalizzare quegli impedimenti del tessuto di cui si diceva prima.


Anche in questo caso per la completezza del lavoro le varie discipline mediche e non mediche potendosi veramente integrare il risultato diverrebbe assolutamente più completo, chiaro, duraturo e con la possibilità quindi di ricavarne un dato scientifico ripetibile…!